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Una finale che non ti saresti mai aspettato

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Persa la “partita più importante” che non si deve dimenticare. 90 minuti. Tutti incollati davanti alla tv perché in palio c’è la vittoria di una coppa, in palio c’è la gloria. La nostra mente è lì e cancella tutto il resto. Ma poi ti rendi conto che in fondo dopo la sofferenza, la delusione o la gioia, tutto passa e non resta che solo un ricordo.

Le nostre menti sono state assorbite dalle piacevoli gesta sportive dei nostri beniamini in questo ultimo mese. Non si parlava d’altro. Sin dalle fasi iniziali di un campionato europeo che nasceva tra le polemiche, tutti speravamo di poter raccontare solo belle vittorie. Ma non è stato così. La fase iniziale si è conclusa il 19 giugno e tutti abbiamo gioito per la qualificazione della nostra nazionale. Ma poi ad un tratto, nel giorno in cui non c’erano gare, competizioni varie o per definirli in maniera generalista, quei 90 minuti che ti distolgono da tutto il resto, succede quello che non ti aspetti. Guido non c’è più. L’attenzione si sposta altrove, tutti si chiedono il perché, il come mai, il quando, quasi a voler assurgere ad essere giornalisti per un giorno. Si è scritto, parlato, commentato. Nel bene o nel male, con dovizia di particolari o con fantasie assurde. Il punto oltre il quale non si deve sconfinare è lì a due passi da te ed è difficile rimanere fermi di fronte a ciò che si muove intorno. Tutti affrettano giudizi, danno la propria opinione, ma forse in questi casi il silenzio e la riflessione sono la scelta migliore. Ed è proprio come in una partita di calcio, tutti diventano allenatori per un giorno. Solitamente dopo una sconfitta tutti contestano le scelte del mister, le sostituzioni, gli episodi. Dopo una vittoria, invece, tutti salgono sul carro dei vincitori. Ma stavolta non si è trattato di una semplice partita di calcio, dove in fondo, alla fine si gioisce o si piange. Chi ha perso probabilmente siamo stati tutti noi, che non abbiamo capito o che abbiamo fatto finta di non capire. E non sappiamo se in futuro fingeremo ancora di non capire o troveremo la giusta maturazione e convinzione per far in modo che errori irrecuperabili non si verifichino più. Ma forse a volte ci interessa solo guardare e sentirci allenatori per un giorno, perché tutto passa in fretta. La società, al contrario, deve saper comprendere ed essere unita ad arginare tutti i fenomeni che possono portare a brutte sconfitte. Ci sono punti di riferimento, figure istituzionali e non, che devono e sono pronte ad aiutare chi sta giocando una partita difficile e vede solo la sconfitta intorno a sè. Figure che ti possono aiutare a parlare, esprimerti, “vincere”. Nel 2012 non possiamo permetterci di perdere così, in questo modo. Forse quello che abbiamo fin qui descritto, in maniera metaforica o non, può esser stato solo precursore di quello che è avvenuto dopo, alla ripresa dei giochi, quelle fasi finali di un europeo cominciato in sordina, perché in fondo “The show must go on” (ndr. Lo show deve continuare). L’euforia per la conquista di una semifinale prima e di una finale dopo ha cancellato tutto dalle nostre menti. L’epilogo è stato lo stesso, forse per uno scherzo del destino. Abbiamo perso sonoramente, inchinandoci ai più forti. Non c’è stato gioco. Onore a loro, agli spagnoli, ma “quella” in fondo era una semplice partita di calcio che dura solo 90 minuti…

Giovanni Calabrese

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